Saverio Occhiuto

I sondaggi elettorali dicono oggi che il 4 marzo sera, dopo lo spoglio delle schede, il M5S potrebbe essere il primo partito d'Italia, quotato attorno il 30% ma senza i numeri per governare da solo.

La soglia indispensabile per poter formare il nuovo governo si aggira tra il 40 e il 42%, a cui potrebbe aspirare il centrodestra, dove però l'azionista di maggioranza (Forza Italia) è dato tra il 15 e il 16%, appena un punto o due sopra la Lega di Matteo Salvini. Il presidente Mattarella è stato chiaro: dal Quirinale l'incarico sarà conferito non a chi prenderà più voti ma a chi avrà la possibilità di formare un governo stabile. Dunque, scartata l'opzione 5 Stelle, allergico alle alleanze, alle spalle c'è subito dopo il Pd, a cui i sondaggi attribuiscono oggi tra il 24 e il 25% dei consensi elettorali.

Gentiloni, Renzi, Minniti? Probabilmente è a uno di loro che Mattarella conferirà l'incarico di dare vita a un nuovo esecutivo se nessun partito o coalizione dovesse raggiungere quel 40% necessario a garantire i numeri che servono nelle due Camere per legiferare.

E qui scatta il disegno non scritto ma studiato da tempo a tavolino, soprattutto al momento di confezionare la nuova legge elettorale: dare vita a un governo istituzionale che metta all'angolo le forze anti europeiste: M5S e Lega su tutte, dove non a caso qualcuno sta già cercando di ammorbidire i toni della campagna elettorale per posizionarsi sul campo dei moderati. Vedi il dietro front del leader dei 5 Stelle, Di Maio, nella battaglia contro l'euro.

Così, se gli attuali sondaggi elettorali dovessero trovare conferma dentro l'urna, tutto porterebbe a un governo di larghe intese composto da Pd. Forza Italia e formazioni varie di centro che oggi orbitano attorno alle due coalizioni di centrodestra e di centrosinistra. I conti tornano, perché il 25% del Pd, più il 15% di Forza Italia fanno già da soli il 40%.

E, soglia di sbarramento permettendo (il 3% per i singoli partiti, il 10% per le coalizioni), con il contributo dei cartelli centristi la partita potrebbe chiudersi qui. Chiaramente, per ovvie ragioni elettorali, tanto Berlusconi che Renzi escludono oggi “larghe intese” dopo il voto. Tatticismi necessari non solo per non fare scappare gli elettori di area più radicali, ma anche per non indisporre gli attuali alleati di coalizione.

E' il ritorno al proporzionale ad ingigantire il peso dei partiti del 3%, come avveniva nella prima Repubblica quando il Pri di Spadolini o il Pli di Altissimo facevano incetta di ministri e posti di sotto governo con il minimo sforzo. In sostanza, il 4 marzo sapremo per chi andare a votare ma non come andrà a finire, con i nemici della campagna elettorale che fra qualche mese potrebbero ritrovarsi l'uno accanto agli altri sugli scranni di Montecitorio e di Palazzo Madama a scambiarsi le prime margherite di primavera.

Dunque, attenti all'uso dei social e alle chiacchiere da bar, per evitare di dovere arrossire fra qualche settimana. E' come rivedere un campione come Andrea Pirlo lasciare lo spogliatoio della Juve con la maglia bianconera e imbucare subito dopo quello del Milan con i colori rossoneri: valli a spiegare, poi, i fischi partiti dalla curva Sud all'indirizzo del nemico di ieri diventato il nuovo idolo delle folle da stadio.